INValSI - MIUR - CRISP - ELA

SEMINARIO INTERNAZIONALE

INSTITUTIONAL MODELS IN EDUCATION
Legal Framework & Methodological Aspect
for a new approach
to the problem
of School Governance  

Frascati Villa Tuscolana
  6-7-8 maggio 2004

Sintesi a cura di Laura Anzalone
 


La valutazione degli apprendimenti,  se applicata al sistema d’istruzione, e dunque a livello “macro”, non interessa soltanto pedagogisti, docimologi e studiosi di scienze dell’educazione, ma vede la convergenza degli interessi di economisti, esperti di statistica e di giurisprudenza. Basti pensare che i risultati di recenti ricerche leggono una correlazione significativa tra la realizzazione di una valutazione puntuale e rigorosa del sistema d’istruzione che assicuri standard elevati di funzionamento e la crescita economica del Paese in riferimento all’aumento percentuale del prodotto interno lordo. 

E’ questo uno degli elementi di grande interesse emersi nel  seminario organizzato a Frascati dall’INValSI dal 6 all’8 maggio 2004, sul tema INSTITUTIONAL MODELS IN EDUCATION – Legal Framework & Methodological Aspect for a new approach to the problem of School Governance.

L’incontro,  caratterizzato dall’elevato numero di autorevoli studiosi italiani e stranieri che si sono confrontati  su argomenti di grande significatività politica e rilevanza culturale, trova la propria genesi nel delicato momento istituzionale denso di aspettative che sta attraversando il tema della valutazione in Italia.

Il 25 marzo scorso il Consiglio dei Ministri ha approvato lo schema di Decreto legislativo attuativo della legge 53/2003 relativo alla Istituzione del Servizio Nazionale di Valutazione del sistema di istruzione. Con questo decreto, che è passato ora alla Conferenza Unificata ed alle Commissioni parlamentari per i prescritti pareri, sta per compiersi il percorso iniziato su base sperimentale con i Progetti Pilota di valutazione. Il Servizio Nazionale di valutazione effettuerà verifiche periodiche e sistematiche sugli apprendimenti dei singoli alunni e sulla qualità dell’offerta formativa, anche sulla base delle metodologie adottate a livello internazionale: si tratterà di una valutazione di sistema, esterna, che in applicazione dell’art.3 della legge 53/2003,  si affiancherà  alla valutazione formativa di competenza dei docenti, contribuendo a definire il sistema complessivo in cui convergono ambedue.  Esso avrà il duplice scopo, come ha sottolineato  il Presidente del Gruppo di Lavoro del MIUR sulla Valutazione dell’Istruzione  Giacomo Elias,  di fornire allo Stato e alle scuole informazioni su cui basare le azioni necessarie al miglioramento del Sistema d’istruzione.

Viene segnata così una tappa fondamentale nel processo di evoluzione avviato  in Italia nel 1990 dalla Conferenza nazionale della scuola, quel processo che ha trovato nella introduzione della Carta dei Servizi (1995), nella nascita dell’ Istituto Nazionale per la Valutazione del Sistema d'Istruzione (D.Lgs. n.258 del 20 luglio 1999), nella formulazione degli articoli 8 e 10 del Regolamento dell’autonomia (1999), i segnali della nascente consapevolezza della necessità di affiancare l’autonomia decisionale delle singole unità scolastiche a un sistema articolato di valutazione della sua efficienza, qualità ed efficacia.

Il momento cui si va incontro è tuttavia ancora estremamente delicato e non privo di interrogativi, anche perché sia il nuovo regionalismo ordinario previsto dall’attuale art. 117 della Costituzione, sia il recente disegno di revisione della nuovo quadro costituzionale con la rottura del monopolio statale in materia di istruzione (la cd.devolution), richiedono ancora una evoluzione, con ruoli differenziati e fortemente  integrati dei nuovi soggetti coinvolti. Al sistema centralizzato sta per sostituirsi un quadro complesso, non privo di incognite, di sussidiarietà verticale Stato/Regioni, coniugato con il riconoscimento delle autonomie funzionali delle istituzioni scolastiche e di varie autonomie sociali, come quelle delle istituzioni paritarie.

La radicale trasformazione del sistema d’istruzione e di quello di istruzione-formazione, con il passaggio dall’assetto centralistico ad un’ampia pluralità di approcci pedagogici, didattici ed organizzativi, vari per culture comunità e territori, rimandano dunque alla messa in opera di meccanismi attenti di controllo dei risultati, finalizzata all’analisi dell’efficacia del funzionamento del sistema e delle sue sinergie.

A livello europeo, il processo di introduzione di meccanismi di valutazione nei sistemi educativi si è affermato parallelamente alla spinta ad un progressivo decentramento dei sistemi stessi, comune a diversi paesi. Nel Consiglio europeo di Lisbona per la prima volta è stata evidenziata in sede comunitaria l’importanza delle politiche sull’istruzione come fondamentali per lo sviluppo dell’Europa, sottolineatura  ripresa anche recentemente dalla bozza di Costituzione Europea all’art.2 punto 13 (Jan De Groff)

 L’obiettivo  emerso a Lisbona nel 2000, successivamente declinato nella necessità di “migliorare la qualità e l’efficacia dei sistemi di istruzione e formazione” ed  agevolare l’accesso di tutti ai sistemi di istruzione e formazione”,  pur non essendo prescrittivo per i paesi che l’ hanno sottoscritto, sottolinea la convergenza degli stati nel perseguire politiche che valorizzino il capitale umano come la principale risorsa per la crescita economica di un’Europa competitiva e coesa. Questi elementi, evidenziati nel corso dell’incontro di Frascati da  Antonio Giunta la Spada, responsabile nel MIUR della Direzione Generale per gli Affari Internazionali dell’Istruzione Scolastica, costituiscono il quadro di riferimento e il contesto internazionale che ha fatto da cornice all’incontro.

Il Progetto Pilota di valutazione, che ha raggiunto nel corso del corrente anno scolastico il terzo anno di realizzazione, è stato, a livello nazionale, il tentativo di politica scolastica che ha testato la struttura organizzativa volta ad assicurare, a regime, il controllo degli standard di funzionamento del sistema.  Il professor Enrico Gori, presidente del Comitato Tecnico Scientifico dell’INValSI,  ha individuato nel dibattito sul miglioramento delle scuole (school improvement)  e in quello sull’efficacia dell’insegnamento (school effectiveness), i due filoni di ricerca a livello scientifico  e pedagogico che si collegano al problema dell’accountability .

Sono intervenuti su questo tema, nella prima giornata dei lavori, lo studioso australiano Trevor Bond e gli americani Allan Olson e Daniel Mc Caffrey. Il primo ha sottolineato l’importanza, per gli insegnanti, di disporre di una scala di valutazione della crescita individuale che consenta controlli  a distanza di un arco temporale sullo stesso ragazzo e permetta dunque anche una pianificazione degli interventi, attraverso un continuo monitoraggio dei tassi di sviluppo individuali e collettivi. Tutto questo è possibile attraverso la valutazione per unità di Rasch, di cui ha trattato ampiamente, subito dopo, lo studioso americano A. Olson. Il test di adattamento computerizzato che viene somministrato negli Stati Uniti ad ogni studente e ne misura la crescita, dà un feedback immediato che consente di calcolare anche i tassi di crescita ad uso dei dirigenti, dei genitori, e del distretto (con dati disaggregati per sesso, razza, gruppo etnico). Tutti i bambini vengono sottoposti al test almeno due volte l’anno e si ottiene così una immensa banca dati che permette controlli virtuali ed estrazione di  punteggi medi e standard. E’ possibile inoltre calcolare i possibili errori, sulla base del DIF (Differential Item Founding), determinati da effetti di distorsione per tipologie diverse di soggetti apportando le necessarie correzioni nella corretta interpretazione dei dati. I modelli creano un’aspettativa reale per ciascun alunno, e non rimane che agire in modo da far raggiungere a ciascun alunno il più elevato livello possibile. I dati risultano utili, però, solo se le scuole hanno veramente voglia di cambiare, migliorando la propria capacità di essere affidabili, e utilizzando le informazioni di cui vengono in possesso per pianificare i propri interventi per ciascun alunno. Solo così, con complessi modelli statistici, si potrà calcolare una misura della crescita individuale che è in grado di portarci a calcolare il valore aggiunto dell’istituzione scolastica.

Sull’ambivalenza del concetto di standard si è soffermato invece lo studioso italiano di valutazione di sistema, già presidente dell’ex CEDE, Umberto Margiotta. Lo standard infatti, se da un lato è una media di risultati osservabili e dunque si riferisce a prestazioni reali, dall’altro è una aspettativa di risultato: questo crea un circolo vizioso che rende difficile in Italia il decollo del servizio di valutazione.  Fino a quando infatti non si sarà creata una banca dati sufficientemente ricca, attraverso l’elaborazione di  item distribuiti lungo scale crescenti di difficoltà tali da differenziare le prestazioni di ciascun ragazzo, non si potrà calcolare l’avvicinamento o meno alla situazione media  da parte di ciascun individuo.  Inoltre, alla funzione illuminativa della valutazione (che ci aiuta a chiarire le cause) è bene che si accompagni sempre quella interpretativa e proattiva che dia all’analisi statistica una interpretazione rigorosa in grado di fornire informazioni ai decisori ai vari livelli.

Il prof. Margiotta ha concluso il suo intervento sostenendo che si può assicurare qualità alla valutazione contando sui tre elementi dell’assessment, dell’accountability e dell’ evaluation. Questa è la terna su cui devono basarsi le politiche d’innovazione, attraverso l’insegnamento e la misurazione corresponsabile degli esiti nelle singole realtà scolastiche. Non può comunque esistere valutazione di sistema che non penetri  nei contesti scolastici attraverso una cultura della valutazione che alimenti un nuovo sillabus della professionalità docente. E’ questo, alla fine il vero nodo da sciogliere.

Con premesse concettuali radicalmente diverse, Eric Hanushek, economista della Stanford University, ha relazionato nella giornata del 7 maggio, sulle sue ricerche che considerano l’impatto dei diversi fattori  sul tasso di crescita del paese. I risultati di queste ricerche hanno individuato inequivocabilmente  nel capitale umano e nell’istruzione uno dei motori delle differenze di crescita economica tra i diversi paesi. Si è riscontrata infatti una correlazione significativa tra un miglioramento nelle performances degli studenti ai test internazionali somministrati ormai in tantissimi paesi a livello mondiale, i TIMSS (Third International Mathematics and Science Study), con una diminuzione della deviazione standard,  e un aumento percentuale del PIL del paese interessato. Contrariamente a quanto si è creduto negli anni passati, però, non è l’aumento degli investimenti in campo educativo che garantisce esiti migliori degli studenti. Tutti i tentativi fatti negli Stati Uniti in tale direzione hanno avuto risultati deludenti. Occorre allora concentrarsi su un miglior uso delle risorse, attraverso cambiamenti di politica scolastica che forniscano incentivi per un miglior apprendimento. L’esperienza degli Stati Uniti in tale direzione dovrebbe dunque sollecitare a concentrarsi sugli output, piuttosto che sugli input, fissando anche chiare aspettative per le riforme che si mettono in campo. Solo una politica dinamica, che tenga conto dei cambiamenti e dei risultati della ricerca può avere davvero un impatto positivo sull’economia del paese.

Dopo aver avviato l’innovazione, bisogna chiedersi se il sistema di valutazione funziona, quali esiti raccoglie fra i diversi gruppi (differenze di genere, etniche, linguistiche,…), e  quale sia il vero meccanismo che porta ai risultati. Negli Stati Uniti è stato adottato il programma NCLB, (NO CHILD LEFT BEHIND, ovvero, che nessun bambino venga lasciato indietro) che ha  conseguito esiti positivi. Il NAEP, un test che viene somministrato negli S.U. ogni quattro anni,  ha dimostrato che gli stati che hanno adottato questo tipo di valutazione hanno avuto un tasso di crescita sensibilmente più alto rispetto agli altri, anche se la risposta sembra rivelare divergenze nei comportamenti dei sottogruppi di diversa etnia. Con riguardo a  tali ultime importanti implicazioni, lo studioso ha sottolineato che bisogna approfondire ogni analisi e non accontentarsi di punteggi medi che dicono poco o nulla sul comportamento delle diverse variabili: bisogna scavare nel retroterra familiare di provenienza di ciascun alunno, di collocazione nei diversi gruppi classe, per scoprire le variabili correlate che interagiscono nel successo scolastico di ciascun alunno. Esaminando le componenti sistematiche che possono essere collegate ad effetti controllabili dalle politiche scolastiche si è scoperto, per esempio, che la mobilità degli insegnanti è sistematicamente in relazione con il rendimento degli studenti nel tempo.

Anche in questo caso dunque, l’analisi  delle problematiche connesse alla valutazione tesa al perseguimento di obiettivi di equità  e qualità, converge alla fine sul problema della professionalità docente, problema che apre il dibattito fra i presenti. Si sottolinea da più parti l’esigenza di una buona selezione iniziale degli insegnanti.

Charles Glenn, della Boston University,  rileva che la ricerca fin qui condotta, nonostante gli sforzi consistenti, ha avuto un successo complessivamente inadeguato, perché i nostri ragazzi sono in grado d’imparare ad un livello ben superiore rispetto a quello che conseguono. In realtà, le riforme, finalizzate ad elevare il successo di tutti i ragazzi, spesso aumentano il divario fra i più brillanti e i meno capaci, perseguendo politiche di qualità ma non di equità. La vera sfida è trovare un approccio che consideri tutte le variabili in contemporanea, un  sistema che riesca a coniugare la libertà dei genitori con l’autonomia delle scuole ed il sistema di accountability, che stimoli interessi e creatività dei ragazzi ed aumenti le loro conoscenze, che li tratti da esseri pensanti e li sottoponga a test standardizzati. 

A rinforzo delle argomentazioni condotte da Glenn, il giurista belga Jan De Groof, presidente dell’E.L.A. (European Association for Education Law and Policy), riferisce sul dialogo sistematico che si svolge, in campo legale tra economisti ed esperti d’istruzione. L’educazione e la formazione rimangono infatti i mezzi più efficaci per combattere l’ineguaglianza. I criteri della valutazione non possono però prescindere da un esame del contesto e dei processi oltre che dei risultati, e il punto di vista economicista dell’efficacia e dell’efficienza va coniugato con i criteri di equità e differenziazione in una visione olistica del processo. Si sottolinea il principio di responsabilità delle scuole, che non possono non dotarsi di un sistema di valutazione interno, e giacchè “l’integrazione europea viaggia anche attraverso l’educazione” bisogna che si pensi già a degli standard a livello europeo.

Sono in uso anche in Europa alcune indagini internazionali, che consentono l’estrazione di dati comparabili fra diversi paesi, dalle quali emergono numerose informazioni significative, finora scarsamente utilizzate dai decisori politici. Bruno Losito, ricercatore dell’INValSI, riferisce intorno ad alcuni risultati del programma OCSE-PISA (Project for International Student Assessment) a partire dall’anno 2000. La rilevazione, che ha per oggetto i livelli di “literacy  degli studenti nei tre ambiti ritenuti fondamentali della lettura, matematica e scienze, tende ad identificare conoscenze e competenze  che dovrebbero essere proprie di tutti i cittadini, indipendentemente dal tipo di scuola frequentata. Le rilevazioni, triennali, sono rivolte agli alunni quindicenni e si riferiscono all’insieme delle conoscenze e competenze, ma anche all’area di sviluppo personale con interessi, valori ed atteggiamenti degli studenti nei confronti dell’esperienza scolastica. I risultati di PISA 2000 in Italia rivelano forti elementi di disuguaglianza nelle competenze in uscita fra maschi e femmine, fra studenti del nord e del sud, tra diverse tipologie di scuola, tra studenti provenienti da famiglie con diversi livelli di estrazione socio-culturale. Nel confronto internazionale emerge in Italia una più bassa divaricazione nell’indice di deviazione standard, con un maggior numero di presenze di studenti nella media: risultato di politiche scolastiche che hanno fortemente contrastato lo svantaggio, ma non hanno forse sufficientemente curato le eccellenze, provocando un appiattimento  di risultati nella fascia media. Sono analisi descrittive che meriterebbero maggiori investimenti di risorse umane e finanziarie per approfondimenti interpretativi ad uso dei decisori.

Maggiore approfondimento merita pure la comparazione fra le diverse indagini internazionali perchè ci aiuti a capire come mai gli studenti quindicenni italiani si collochino complessivamente al di sotto della media nella comprensione della lettura in PISA e gli scolari italiani di nove anni conseguano invece risultati di eccellenza nella recente indagine dell’IEA (International Association for thr Evaluation of Educational Achievement): è indispensabile scandagliare le diverse variabili in campo se si vogliono dare interpretazioni sufficientemente fondate, che non seguano una  facile e superficiale  suggestione.

L’esperienza dei Progetti Pilota di Valutazione, che rappresenta la via italiana ai sistemi dell’accountability, viene sinteticamente presentata da Anna Maria Caputo, ricercatrice dell’ INValSI.

Le caratteristiche della terza versione del Progetto Pilota si possono così riassumere:

  • carattere censorio (misurazione scuola per scuola)

  • adesione volontaria delle scuole

  • partecipazione di scuole statali e paritarie, dell’infanzia (solo questionario), elementari, medie e superiori

  • rilevazione nelle scuole partecipanti in tutte le classi II e IV elementare, I media, I e III superiore

  • tre discipline indagate (italiano, matematica e scienze)

  • prove oggettive specifiche per le aree disciplinari in esame costruite da un gruppo di esperti

  • obiettivi d’apprendimento scelti all’interno del programma ministeriale dell’anno precedente

  • taratura delle prove su indici di difficoltà medi

  • metodologia dell’indagine campionaria

  • somministrazione delle prove oggettive nel mese di marzo

  • possibilità di somministrazione informatica delle prove

Il progetto, al terzo anno di realizzazione, pur avendo realizzato notevoli progressi sia dal punto di vista organizzativo che dei contenuti, presenta tuttora alcuni  problemi aperti per i quali si cercano  soluzioni praticabili. Fra questi: l’inesistenza di items di ancoraggio che permettano di costruire serie storiche di dati; l’attribuzione della funzione di somministratori agli insegnanti della medesima scuola, con la conseguenza di una minore affidabilità dei risultati; e infine la presenza nelle classi di alunni disabili che necessitano di strumenti e metodologie differenziati. Quest’ultimo problema è stato parzialmente affrontato e risolto per gli alunni disabili visivi, mentre per altri tipi di disabilità si stanno esplorando varie ipotesi di soluzione.

Limitatamente alla scuola secondaria di secondo grado si sono invece riscontrate difficoltà nel testare saperi di base comparabili indipendentemente dalla tipologia di scuola e dall’indirizzo; nell’assenza di un questionario studenti per la costruzione di indici a livello di sistema.

Il progetto comunque ha interessato per il corrente anno 9.089 scuole, 71.163 classi, 222.000 insegnanti e 1.467.092 studenti.

Oltre alla rilevazione sugli apprendimemnti degli alunni, il progetto Pilota 3 ha previsto la compilazione, da parte delle scuole, di un questionario di rilevazione delle attività. Quest’ultimo, come ha riferito Roberto Melchiori, consentirà di elaborare un quadro conoscitivo complessivo su alcuni aspetti e dimensioni dell’istituzione scolastica. L’obiettivo principale per il quale è stato costruito è tuttavia quello di condurre le scuole a riflettere sul servizio scolastico agito rispetto alle prestazioni degli studenti, valutandosi per dar conto e “darsi conto” nell’ambito del microsistema scolastico.  Il questionario di sistema, articolato in due parti e compilato anche con responsabilizzazione collegiale (gruppo di discussione),  presenta indicatori per la rilevazione degli aspetti di contesto, risorse, processi e risultati nella singola unità scolastica.

Le rilevazioni svolte nell’ambito del progetto si prestano dunque ad una focalizzazione sulle attività  organizzative e sui processi che concorrono alla  produzione e allo sviluppo delle azioni di istruzione/formazione, e all’integrazione dei dati di contesto e di struttura con le altre fonti disponibili. E’ allo studio, inoltre, la costruzione di prove d’apprendimento differenziate per la somministrazione informatica, con un piano sperimentale per la somministrazione parallela , nel medesimo istituto, di prove cartacee e informatiche.

Molti ancora i punti critici dell’esperienza, sottolineati dallo stesso Enrico Gori del CTS dell’INValSI.  Rianalizzare i dati delle prove con diverse metodologie statistiche può aiutare a trovare punti di particolare debolezza  nei singoli item che subiscono ancora diverse critiche da parte dei docenti. Dal dibattito che segue gli interventi, emergono inoltre alcuni punti di debolezza nella struttura organizzativa stessa utilizzata dal MIUR per la produzione e validazione delle prove (gruppi formati prevalentemente da disciplinaristi con pochi esperti di testing).

La relazione dello studioso statunitense John Bishop focalizza invece  le condizioni generali più funzionali per un apprendimento realmente efficace da parte degli studenti. Vengono messe in risalto le competenze sociali dell’insegnante, le sue capacità di costruire una cultura di classe ispirata da entusiasmo che fondi negli studenti  basi di autostima, motivazione e fiducia, creando un ambiente di apprendimento di successo. E’ importante che si fornisca una definizione di ciò che si vuole che i ragazzi sappiano, tenendo presente che “quel che è onorato in un paese dovrebbe essere coltivato come cultura”. Negli Stati Uniti, l’istruzione è di responsabilità statale  ed esistono esami specifici per materia. La individuazione degli standard assume dunque un valore fondamentale e gli insegnanti divengono dei veri e propri coach rispetto alla propria disciplina. Ai test internazionali si è accertato che, a parità degli altri fattori,  ottengono i  punteggi migliori nel corso di studi gli studenti degli stati nei quali è presente un esame di stato (Central Exam MCE).

Questa affermazione viene ripresa nell’intervento  di L. Woessmann, che mette in relazione fattori istituzionali e qualità dell’educazione, scoperte empiriche e teorie economiche. E’ accertato che gli esami centralizzati esterni elevano il livello dei risultati degli studenti: essi costituiscono un incentivo per gli insegnanti ad impegnarsi di più, ottimizzando inoltre la propria efficacia nei paesi ove le scuole godono di autonomia decisionale. Ciò si evince da tutti i risultati dei test internazionali TIMSS  che nel 1999 hanno coinvolto 447.089 studenti in 54 diversi paesi, e PISA. L’esame di stato è come una “valuta centrale” che consente il confronto nell’ambito del sistema scolastico, mitigando le asimmetrie e impedendo i comportamenti opportunistici. In conclusione, tre sono dunque le variabili che, combinate, danno i migliori risultati per un sistema d’istruzione nazionale: autonomia delle scuole, standard esterni ed esami centralizzati.

La riflessione dello studioso tedesco Ingo Richter, dell’ELA, ritornando sulla dinamica dei processi d’insegnamento e alle categorie dell’INPUT e dell’OUTPUT esamina il caso estremo in cui  in un sistema d’istruzione, i risultati sul singolo soggetto siano negativi.

Chi è responsabile, da un punto di vista giuridico dei risultati negativi? In un paese che garantisce il diritto all’istruzione, come risarcire chi dimostra di non aver potuto fruire di istruzione sufficiente?

Lo studioso illustra, in riferimento a questo problema, due comportamenti differenti che si incontrano nei paesi europei riguardo alla responsabilità delle scuole: da un canto il modello del sistema d’istruzione anglosassone, con obiettivi molto puntuali, in grado di scandire la percentuale di studenti che ha raggiunto ciascun obiettivo, pubblicando la graduatorie delle scuole sulla base dei punteggi rilevati e attribuendo i finanziamenti alle scuole con riferimento alla posizione in tale graduatoria. Dall’altro lato il modello continentale che valuta il singolo rendimento degli studenti  e delle scuole, ma non pubblica i risultati. Nei paesi nei quali si riscontra in uso questo modello, inoltre, le scuole non concorrono per i finanziamenti sulla base del rendimento degli studenti.

Riguardo ai docenti, si può rilevare che la qualità della loro formazione si va spostando verso l’alto, riconoscendo che la loro preparazione non può essere solo disciplinare se dovranno svolgere il compito di “formatori”. E’ possibile che l’Unione Europea garantirà risorse per la formazione avanzata dei docenti. Nei paesi in cui le scuole godono di autonomia decisionale potrebbero esservi altre vie, con la selezione diretta dei docenti da parte delle scuole, ma questo normalmente non avviene nell’Europa continentale, ove non c’è un controllo rigido della qualità delle prestazioni, manca un periodo di prova e il licenziamento quasi non esiste. L’immagine dell’ispettorato è cambiata, e l’ispettore è diventato un amico critico più che un controllore. Nel modello anglosassone, viceversa, è l’ispettorato che garantisce l’osservanza degli standard nazionali. Da tutte le argomentazioni proposte si desume che la liability (responsabilità) in risposta all’interrogativo iniziale può assumere varie connotazioni.  Si può parlare di responsabilità civile o penale. La negligenza nell’esecuzione del compito dell’assistenza agli studenti si riferisce tradizionalmente alla salvaguardia “fisica” degli studenti, ma se guardiamo al diritto contrattuale, nell’istruzione privata, cosa garantiscono le scuole? Servizi o risultati? Qual è il contenuto della responsabilità? Il conseguimento dell’istruzione? Il benessere fisico e mentale? Il raggiungimento degli standard formativi? E quali sono i danni? Minori opportunità di occupazione?

Difficile dimostrare la relazione fra evento, colpa e danno. E, in ogni caso, il risarcimento non è detto che si esprima in denaro (come è avvenuto in Francia per uno studente che si è visto riconoscere il risarcimento di 1000  franchi a settimana per le 7 ore settimanali sottratte al suo piano di studi). Potrebbero essere invece dei corsi di recupero, o altri tipi di risarcimenti con riguardo ai danni subiti.

In ogni caso si potrebbe concludere con alcune raccomandazioni da porgere alla Unione Europea, che dovrebbe fissare  standard europei elevati per l’istruzione, standard minimi garantiti per tutti, una  assicurazione per le scuole, un buon livello di qualificazione per i docenti, ispezioni regolari e pubblicità delle valutazioni.

Non si potranno invece garantire  standard comuni di responsabilità  per le scuole perché i sistemi giuridici dei singoli stati sono differenti.

Due interessanti repliche ai problemi posti dallo studioso vengono da Pieter De Tavernier, un assicuratore e giurista belga e Daniele Vidoni, un giovane ricercatore italiano in servizio presso l’Università di Boston. Quest’ultimo identifica l’obiettivo minimo dello Stato con l’educazione alla cittadinanza. Il concetto di equità che deve caratterizzare il sistema statale  può assumere tre caratterizzazioni: “l’equalizzazione”, che si attua quando tutti giungono al medesimo traguardo e nello stesso istante,(non ci sono né vincitori né vinti); l’equità “secundum legem” in cui tutti partono insieme e si garantisce la regolarità del percorso; e l’equità “ presso Dio” in cui tutti partono insieme, seguono le medesime regole, e si garantisce un livello minimo di arrivo.

L’istruzione non deve tendere all’equalizzazione. La legislazione italiana garantisce eguaglianza di opportunità e rimozione degli ostacoli. Ma per la creazione dello standard minimo, è meglio una procedura top down o una botton up? O una azione composita che tenga conto di entrambe?

L’intervento successivo, di Angelo Paletta, docente di economia aziendale presso l’Università di Bologna, riporta il focus della discussione sul contesto organizzativo delle unità scolastiche, affermando che non è la concessione dell’autonomia a fare la differenza, ma l’uso che se ne fa. E allora, la vera questione consiste nell’identificare di quale management abbia necessità la scuola, e quali debbano essere le caratteristiche del suo leader. Il dirigente scolastico deve riflettere sulla propria mission, scegliendone i contenuti, i valori, i destinatari. Di recente si sono sollevate molte critiche nei confronti di una scuola concepita come un’azienda, perché caratteristica ineludibile della scuola è quella di gestire e produrre cultura, e quindi al centro di essa deve esserci la capacità di migliorare la propria didattica, in questa tensione verso la qualità. Bisogna integrare libertà e creatività con managerialità e imprenditorialità. Tutto questo non si può fare senza incentivi. Ma questi ultimi devono essere di diversa tipologia: incentivi di tipo “affettivo” che si innescano quando le persone si sentono parte di un progetto e sentono crescere in sé la spinta a migliorarsi professionalmente e incentivi monetari che premiano in modo diverso il differente impegno dei singoli.

Dopo le interessanti repliche dei relatori, che riprendono ancora il tema dello standard minimo che occorrerebbe garantire insieme al diritto all’istruzione (si tratta in fondo di un “interesse soggettivo” che dovrebbe essere riconosciuto e protetto in tutti gli stati europei) si avvia la discussione nella tavola rotonda finale.

Il tema  prescelto verte intorno agli argomenti: Azioni di riforma, cultura della valutazione e crescita della qualità dell’istruzione. Si registrano interventi del prof. Cominelli, Gori,  Elias, Trainito  e Giunta La Spada.

Il prof Cominelli introduce la discussione annunciando che i contributi raccolti nel Convegno saranno oggetto di attente riflessioni per gli ottimi consigli e le sollecitazioni che  via via hanno implementato il dibattito intorno alle tematiche prescelte. La Repubblica ha il diritto / dovere di stabilire gli standard nazionali che non sono altro che i requisiti minimi di cittadinanza, mentre le autonomie scolastiche rivendicano la propria libertà, ed hanno il dovere di usare questa libertà. Intanto, mentre si cerca di dare una fotografia dell’esistente, si va incontro a cambiamenti profondi attraverso la riforma costituzionale che si prepara: si lavora dunque per raffinare le metodologie delle rilevazioni ma si sta anche costruendo una rete di professionalità nel campo della valutazione distribuita nell’intero territorio nazionale.

Il prof Gori riporta il focus sul problema fondamentale della produzione degli standard minimi come punto d’incontro fra l’individuo e la sua famiglia e le risposte che il governo gli può offrire. Una tutela di un diritto che non riguarda solo il bambino, ma nella prospettiva del long life learning si estende a tutto l’arco della vita. Il governo  deve mettere in atto delle policies (manovre correttive, politiche di aiuto) per prevenire il dropout . Il Servizio Nazionale di Valutazione, dal suo canto, fornirà informazioni preventive alle scuole e alle famiglie per migliorare l’accontability delle scuole,  migliorando la loro attenzione e responsabilità per il raggiungimento dei risultati.

Il prof. Elias, ripercorrendo le molte attività di ricerca e di studio che hanno caratterizzato la storia della valutazione in Italia, sottolinea il salto di qualità effettuato in questi tre anni: da attività volte a raccogliere dati a fini di studio a informazioni raccolte per gestire un sistema. Si è passati da un lavoro di ricerca a una politica di gestione del sistema che si dà obiettivi e misura il loro raggiungimento. La risposta positiva data dalle scuole ha mostrato che, nonostante i grossi problemi organizzativi dovuti ai grandi numeri, la struttura ha retto. Bisogna ora uscire dall’autoreferenzialità confrontandosi con la cultura internazionale , a partire da quella comunitaria. Bisogna che si persegua una filosofia unitaria, arrivando a definire criteri e indicatori riconosciuti nei venticinque paesi dell’Europa unita. E’ bene che si attivi un processo di ricerca comune che fornisca prodotti finiti, tenendo presente che obiettivo comune per lo sviluppo dell’Europa è  l’incremento del capitale umano.

Interviene il presidente Trainito, chiarendo che l’Istituto di Valutazione sta perseguendo il proprio obiettivo istituzionale nel partire dalla ricognizione dei livelli attuali per incrementare via via gli standard disponibili. Il Servizio è in fase di crescita e la rete con gli IRRE  sul territorio servirà a mantenere e implementare i contatti con le scuole e la periferia. E’ previsto ancora un incontro per i referenti degli Istituti Regionali il 3 e 4 giugno per concordare i fondamenti per un piano di formazione.

Interviene alla tavola rotonda il prof. Antonio  Giunta La Spada che riporta il dibattito sulla politica scolastica italiana nell’alveo delle politiche europee.  L’Europa si sta movendo per mettere in campo una cooperazione strutturata e coesa sulle priorità delle politiche sull’istruzione, curandone il raccordo con le esigenze nazionali. L’ultima risoluzione approvata il 25 novembre 2003, nel semestre di presidenza italiana,  ha cominciato, per la prima volta,  a definire dei benchmark  che procedono in tale direzione.

Conclude la Tavola rotonda l’intervento appassionato del sottosegretario Valentina Aprea, che dopo un sentito ringraziamento agli organizzatori dell’incontro,  riprende i temi del  convegno ponendoli a confronto con la situazione attuale  di politica scolastica in Italia e volgendo lo sguardo ai possibili sviluppi futuri.

Il sistema scolastico italiano sta vivendo un difficile momento di transizione. Il dibattito negli ambienti più direttamente interessati deve alimentarsi con contenuti scientifici di indubbio valore, ecco perché le implicazioni portate alla luce dal seminario non devono rimanere patrimonio ristretto di una minoranza e vanno al contrario socializzate e diffuse.

La nascita del Servizio Nazionale di Valutazione è frutto della consapevolezza della classe politica al governo dello stato di depressione in cui si trova il nostro sistema educativo e scolastico. Circa un terzo dei nostri ragazzi di 15 anni, come risulta dagli esiti di PISA mostra atteggiamenti di avversione nei confronti della scuola. Ciò è ancor più preoccupante in quanto questi risultati  non si riferiscono a coloro che abbandonano la scuola, ma a studenti che, pur riluttanti, concludono il loro corso di studi. Il 50 % degli studenti italiani inizia e conclude i propri studi con debiti formativi. E’ segno della scarsa attenzione con cui finora i governi hanno considerato l’incidenza dell’istruzione rispetto al successo formativo. Purtroppo il nostro esame di stato nazionale non può in alcun modo identificarsi con quello che il prof. Bishop ha definito esame centrale esterno: questo perché pur essendo le prove dell’esame di stato uguali per tutti gli studenti, gli elaborati vengono corretti con criteri e parametri largamente differenti, per cui gli esiti finali non possono dirsi effettivamente comparabili.

Siamo dunque ancora distanti da sistemi che possano ritenersi efficaci. Non abbiamo garantito attraverso la scolarizzazione di massa una mobilità sociale vera. L’omogeneità, l’uniformità, la falsa concezione dell’uguaglianza delle opportunità ha generato un sistema chiuso, elitario, falsamente democratico. I nostri principi costituzionali prevedono esattamente l’opposto. Il nostro obiettivo deve essere quella che il giovane ricercatore Vidoni ha chiamato “equità secondo Dio”. Per andare in questa direzione non abbiamo bisogno di più scuola, ma di più istruzione. Abbiamo bisogno di garantire non l’educazione ad una cittadinanza generica, ma ad una cittadinanza attiva che guardi anche all’occupabilità nel poter mettere in atto quanto appreso.

Il Decreto sull’istituzione del Servizio vuole garantire la governance e non solo la gestione del sistema. Finora questo è stato contraddistinto da forme di autoreferenzialità perché il MIUR è stata l’unica fonte che potesse giudicare. Non si è mai chiesto di valutare l’incidenza della preparazione dei ragazzi al di fuori del contesto scolastico, non si è mai fatto un bilancio serio costi/benefici. Finora si è rilevata solo l’efficacia della spesa.

Se vogliamo perseguire politiche a favore del capitale umano, dobbiamo riflettere sul fatto che i fallimenti del sistema scolastico  incidono sul fallimento del paese. Il 45 % dei 15/35 enni svolge un lavoro non congruente con il percorso formativo seguito.

Promuovere l’eccellenza e la flessibilità deve essere il traguardo della nuova scuola: non basta dare buoni voti, occorre dare ai talenti la possibilità di crescere. La classe è il sintomo del fallimento se comporta una omologazione e un appiattimento dei percorsi. La politica del capitale umano ci porta a riconsiderare altri segmenti nella logica del long life learning : non basta dispensare titoli di studio, bisogna recuperare nuova forza con la certificazione delle competenze. Come amava dire Einstein “non si risolvono i problemi che abbiamo con la stessa logica che li ha creati” . Non basta dunque aggiungere insegnamenti, ma occorre concentrarsi per cercare quelli essenziali: i saperi chiave. Si sta lavorando in tal senso anche per la redazione del Decreto sul diritto /dovere all’istruzione. Occorre dare risposte alle necessità del mondo del lavoro, alle necessità dello sviluppo con la qualità dei processi culturali e del sistema culturale. Occorre trovare un sistema che possa essere anche misura del valore aggiunto, per le famiglie, per le scuole, per gli studenti.

Il nuovo sistema prevede, come abbiamo sentito, la confluenza di una valutazione formativa affidata ai docenti e di una valutazione di sistema affidata al SNV  che avrà luogo, cronologicamente, dopo quella formativa (a metà dell’anno successivo). Con direttiva triennale il ministro indicherà le priorità e con direttiva annuale le discipline sulle quali avverrà la rilevazione. Si prevede la pubblicità degli esiti e ogni tre anni ci sarà una relazione in Parlamento sullo stato del sistema d’istruzione nel paese.

Ma la vera sfida dello sviluppo del sistema si giocherà sulla qualità delle prestazioni e della professionalità docente, che non possono essere garantite da logiche corporative: compito dell’INValSI sarà anche quello di proporre linee d’intervento per la formazione sulla valutazione.

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