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IL CORPO OLTRE LA DISCIPLINA Il
corpo dimenticato di
Elisa Argento |
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La scelta di ambito tematico sul cui attivare la formazione in campo motorio non è stata semplice, vista la sete di corsi presente soprattutto nel nostro territorio. A fare da guida alla mia selezione è stato, in primis, il mio percorso personale di formazione in relazione all’esperienza pluriennale d’insegnamento nelle scuole, ma anche la considerazione che, con un po’ di buona volontà ( e di soldi), di corsi disciplinari usuali se ne possono trovare diversi, anche sulla piazza locale. Ho
titolato la mia relazione “Il corpo dimenticato”, in quanto,
nell’arco della mia vita di educatrice fisica, mi sono resa conto di
quanto sia indispensabile integrare tecniche e metodologie tradizionali
con nuove vie di ricerca personale più orientata verso la sfera
percettiva e comunicativa del proprio corpo. Ho messo a fuoco tutto questo
allorquando ho avuto l’occasione di fare esperienze proprio in questo
senso, percorrendo personalmente interessanti vie di ricerca, che cercherò
qui di sintetizzarvi. Focalizzai,
ad esempio, che essere insegnanti presuppone una buona conoscenza di se
stessi; che la prima cosa con la quale ci presentiamo agli altri (e dunque
alle ed agli allievi) è il nostro corpo, portatore/rivelatore della
storia della nostra vita, e con esso trasmettiamo sapere forse prima che
con le parole che diciamo. Nei miei anni d’insegnamento, dopo i primi entusiasmi che mi facevano lavorare nelle classi a partire dagli apprendimenti teorici ricevuti e quindi, in un certo senso a prescindere dalle alunne che avevo di fronte (allora erano in vigore i vecchi, “prescrittivi” programmi ministeriali che vedevano l’insegnamento dell’educazione fisica separato per sesso), mi trovai a dover fare i conti con quelle alunne un po’ “patatone”, che non sembravano proprio tagliate per le prestazioni fisiche richieste. Già questo mi fece entrare in crisi sul modo di prospettare la disciplina. Mi resi conto che era molto importante prima di tutto provare su di me i movimenti che chiedevo di fare alle alunne per individuare meglio gli elementi di difficoltà e mettere a fuoco se e quanto potevo chiedere, naturalmente considerando le obiettive differenze (innanzi tutto d’età) che ci distinguevano. Cominciavo ad osservare, a guardare i loro corpi in movimento e pian piano a “leggere” i loro comportamenti. Notavo che più lavoravo sul mio corpo, più riuscivo a capire i messaggi che gli altri corpi mi mandavano. Quando, nel 1979, il Ministero emanò i nuovi programmi per la scuola media, mi resi conto che le mie intuizioni circa la trans-disciplinarietà dell’educazione fisica erano assolutamente fondate. Più leggevo le premesse generali e i programmi delle altre materie più mi rendevo conto che il corpo è lo strumento attraverso il quale le teorie diventavano vissuto.
I
primi passi (1940/70) (Francia) Jean
Le Boulch: inseparabilità componenti fisiche, spirituali, emotive (Germania) Ernst
J. Kiphard: effetto
pluridimensionale dell’esercizio fisico (U.S.A) Muska
Mosston: “Spectrum of styles” (educazione alla decisionalità)
Bryant J. Cratty :
relazioni tra attività motorie e intellettive(U.S.A) James Humphrey :
giochi d’apprendimento per superare difficoltà(U.S.A) Marianne
Frostig: attività
motorie utili a migliorare il processo
educativo Newell
C. Kephart: componenti
motorie generali (goffaggine motoria) Barsch,
Delacato, Gesell, McCormick, Piaget, Picq
e Vayer, Reich..
Vari
studiosi avevano portato avanti la tesi dell’attività motoria come base
dello sviluppo intellettivo, in quanto le esperienze motorie migliorano le
facoltà percettive e cognitive. Studi sicuramente in parte confutati, ma
che hanno arricchito molto la valorizzazione dell’esperienza motoria a
partire dalla primissima infanzia (anzi, meglio dalla gestazione!) |
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Quel
che è certo è che i processi intellettivi superiori si basano sulle
attività percettivo-motorie. In somma io professo il corpo come unità
del sapere, in quanto tutte le nostre esperienze passano dal corpo, dalle
sue percezioni, dalle emozioni e ritengo impossibile separare le
componenti fisiche da quelle spirituali o emotive. |
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Organizzazione concettuale |
spazio - tempo processi intellettivi superiori |
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L’organizzazione concettuale, ad
esempio: gli studi e gli approfondimenti fatti sottolineavano
l’importanza fondamentale che l’esperienza corporeo-motoria ha
nell’organizzazione concettuale.
In ogni sensazione di natura percettiva
vengono coinvolte varie componenti espressive (motorie) della personalità
di un individuo |
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processi intellettivi superiori
attività
percettivo - motorie
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Integrazione del tradizionale con “il nuovo”Credo sia per tutti evidente come
l’esperienza motoria possa essere utilizzata in ambito matematico e
fisico, giocando con i numeri, con gli insiemi, con le forze, nella
soluzione di problemi che si basano su percezioni spazio temporali, ecc.
Altrettanto evidente è come il linguaggio verbale interagisca con
l’attività motoria e come il gioco motorio possa influire sullo sviluppo
lessicale e sulla comunicazione verbale, ma anche sulla lettura e la
scrittura. Numerosi gli studi condotti in merito, da Le Boulch in poi, che
hanno convenuto sull’importanza dell’elaborazione dei concetti di
sequenza, di regolarità, di educazione al ritmo. E vogliamo parlare
dell’educazione alla salute? dell’educazione musicale, piuttosto che di
quella artistica?
Ad
avvalorare i miei convincimenti, ad un certo punto della mia strada ho
incontrato (meglio sarebbe dire re-incontrato) Francesco Vinci. Dico
re-incontrato perché, per quelle strane coincidenze che coincidenze non sono
(non credo infatti nella casualità), Francesco era stato alunno di una mia V
classe di Liceo scientifico. L’ho rivisto nelle vesti di “Integratore
Posturale”, allorché un’amica mi suggerì di rivolgermi a lui per risolvere
i problemi di alluce valgo bilaterale che avevo. Chiacchierando, mi raccontò di
aver fatto l’ISEF e poi un suo cammino di ricerca personale, passato dallo
yoga piuttosto che da altre discipline che lo avevano poi portato a questa
tecnica creata e diffusa da un americano: Jack Painter. “Integrazione
posturale”: ma cos’è? Mi/gli chiesi. Non ne sapevo nulla, ma mi fidai, mi
affidai con molta disponibilità, facendogli tante domande qua e là. Ricordo,
per esempio, che Francesco mi raccontava di essere riuscito a diminuire di non
ricordo quale percentuale alcune pessime scoliosi che aveva avuto in trattamento
e a me (che avevo studiato ginnastica correttiva sviluppando un immaginario
simile alle torture medievali e che con gli studi fatti non mi sarei mai sentita
in grado di andare a trattare una scoliosi) sembrava incredibile che solo
attraverso il massaggio profondo si potesse cambiare una struttura, una postura,
radicata come una scoliosi. Successe qualcosa di strano già alla prima visita che Francesco mi fece: mi sentii un po’ cretina. In che senso? Bene, lui mi chiedeva delle cose banali, per esempio mi chiedeva di mettermi in posizione eretta e di ascoltare il mio corpo: “ti senti dritta così?” facevo mente locale e mi sembrava di essere del tutto storta, una gamba più avanti dell’altra, una spalla roteata. Mi diceva qualcosa come “prova a mettere le spalle in linea”; io mi davo un’aggiustata corporea e allo specchio ero dritta, ma dentro sentivo un profondo disagio! Mi diceva, ad esempio: “alza la gamba destra” e nel mio cervello mi chiedevo “che significa alza la gamba destra?” un gesto che conoscevo benissimo e che, improvvisamente, mi metteva in crisi, come se il mio cervello non sapesse quale comando doveva impartire ai muscoli. Una vera follia, direi! O ero rincretinita improvvisamente, o c’era qualcosa che mi sfuggiva da approfondire, da capire! E, infatti, sono andata fino in fondo a quella esperienza, provando delle cose che vorrei definire “inenarrabili”, perché con questa tecnica ho toccato un profondo del mio vissuto corporeo che non avrei mai immaginato che esistesse. Ed era tutto memorizzato là, dentro i miei muscoli. Ma io non ne sapevo nulla.ù
Lì
ho cominciato a prendere coscienza che al di là dell’educazione
presportiva, dell’allenamento delle capacità motorie (validissimo
obiettivo di lavoro con i giovani) c’erano molti mondi da indagare, da
scoprire, c’era un corpo, il mio corpo, di cui non sapevo quasi niente, a
dispetto degli anni di sport e di studio. Alla
fine del nostro lavoro, dopo circa un anno che avevamo cominciato, Francesco
mi consigliò di frequentare un corso di Tai chi chuan per migliorare il mio
equilibrio statico e dinamico; cosa che feci, ricavandone, anche lì, una
ricca esperienza. Incontrai
poi sulla mia strada un’altra collega, Rosa Cusimano (che sarà nostra
docente in uno dei prossimi incontri), e ci trovammo presto compagne di
viaggio in altre esperienze motorie. Rosa mi chiese se avessi mai letto
qualcosa di Thérèse Bertherat. Fu lo stimolo a prendere in mano “Guarire
con l’antiginnastica”. Già dall’introduzione, titolata “Il tuo
corpo, questa casa disabitata” (pagg. 9-12), la Bertherat metteva in
evidenza come i nostri muscoli siano sede delle memorie distanti nel tempo
fin dalla primissima infanzia. In
questo libro Thérèse Bertherat racconta un pezzo di storia della sua vita
per esemplificare come lei è pervenuta a teorizzare l’antiginnastica in
una visione non frammentaria del corpo, e dà anche alcuni esercizi da fare
per cominciare a conoscersi (li definisce “Preliminari”), parla
dell’importanza del respiro non da educare ma da “liberare”,
dell’interdipendenza dei vari muscoli posteriori del corpo (che si
comportano come una catena, come un solo muscolo collegante il cranio con la
pianta del piede), dell’importanza della colonna vertebrale e delle sue
contratture. Dice, ad esempio, “… il “difetto” è solo la
conseguenza di una causa che sta altrove e che è spesso nascosta, perché
è, nel vero senso della parola, dietro di voi.” Racconta poi di come
stesse per interrompere il suo sogno di diventare una terapeuta, avendo
frequentato il tradizionale corso di fisioterapista e della sua rivoluzione
quando conobbe Madame Francoise Mézières, ideatrice di un metodo suo per
il trattamento di patologie fisiche che non si serve di macchine o
apparecchiature, ma solo delle mani e dell’osservazione. Ne
viene fuori il ritratto di un essere umano perfettibile, di un lavoro che
rende il soggetto autonomo e padrone del proprio corpo, entrambi punti di
vista che personalmente condivido appieno e in tutti i sensi. Scorrendo
il libro, trovai fra l’altro scritto (pagg. 44/45) delle scoperte fatte
lavorando con la Signora Ehrenfried che tanto somigliavano a quello che mi
era successo lavorando con Francesco. Che bello! In fondo non ero poi così
cretina (ma lo avevo già capito, lo confesso). Mi
resi conto che la Betherat aveva proprio ragione quando diceva
(pag. 59-60) che “per tutta la vita ripetiamo quei pochi movimenti
senza mai riesaminarli … come se avessimo imparato le prime lettere
dell’alfabeto e ci contentassimo delle poche parole che possiamo comporre
con esse” e che “Non ci sentiamo in rapporto col nostro corpo, forse
proprio perché non sentiamo il rapporto delle varie parti del corpo tra
loro … Così ignoriamo che potremmo aumentare le nostre capacità
intellettive se scoprissimo come ci orientiamo nello spazio, come
organizziamo i movimenti del corpo. Non ci viene neppure in mente che,
aumentando la velocità e la precisione degli stimoli nervosi tra cervello e
muscoli, miglioriamo anche il funzionamento del cervello.” Il
mio cammino di ricerca non si fermò certo qui. Ho poi fatto diverse
esperienze motorie, a volte da autodidatta a volte con la frequenza di corsi
(per altro difficili da reperire sul mercato locale): un po’ di hata yoga,
di training autogeno, di psicomotricità, i metodi Feldenkrais e Alexander,
danza e movimento ecc. Ovviamente
più entravo in visioni della motricità diverse dalla tradizionale e più,
contemporaneamente, mettevo in discussione la metodologia tradizionale
d’insegnamento. Alla
fine valuto tutto questo percorso molto positivo perché ritengo mi abbia
dato la possibilità di fare meno danni possibile su alunne ed alunni, nel
tentativo di renderli liberi da schemi rigidi e disponibili alla versatilità
motoria. E’ un’operazione che si può fare e secondo me è
indispensabile fare, perché di danni prodotti da un educazione motoria
rigida e “povera” penso che tutti ne abbiamo visti e, probabilmente,
anche vissuti. Personalmente,
con tre anni di ISEF sulle spalle, fatti di attrezzistica piuttosto che di
ginnastica ritmica o a corpo libero, mi sono ritrovata presto con un mal di
schiena non indifferente. Ho provato rimedi. Ho trovato rimedi. Oggi
(intendo da un po’ di tempo a questa parte) il mal di schiena è raro, so
come affrontarlo e continuo a scegliere di tenermi in movimento nel modo più
sano possibile, soprattutto nelle modalità d’esecuzione dei movimenti,
anche quelli della quotidianità, oltre che nella scelta delle discipline da
praticare. Mi
auguro che questo corso possa dare nuove aperture al vostro lavoro e,
soprattutto, stimolare il vostro spirito di ricerca per farvi consolidare
convinzioni e metodologie frutto di un vostro personale percorso. Questo è
in realtà il nostro obiettivo, oltre che il nostro augurio. |
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Narrazione di sé, ma anche
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Bibliografia di riferimento |
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AA. VV. |
A scuola con il corpo |
Nuova Italia, 1979 |
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Barker S. |
Il metodo Alexander |
Red editore, 1991 |
|
Betherat T. |
La tigre in corpo |
A. Mondadori, 1990 |
|
Betherat T. & Bernstein C. |
Le nuove vie dell’antiginnastica |
A. Mondadori, 1981 |
|
Betherat T. & Bernstein C. |
Guarire con l’antiginnastica |
A. Mondadori, 1982 |
|
Cratty B. J. |
Espressioni fisiche dell’intelligenza |
S.S.S. Roma, 1985 |
|
Crompton P. |
Il Tai Chi |
Xenia editore, 1993 |
|
Eliade M. |
Tecniche dello yoga |
Boringhieri, 1975 |
|
Feldenkrais M. |
Il metodo Feldenkrais |
Red editore, 1991 |
|
Galimberti U. |
Il corpo |
Feltrinelli, 1991 |
|
Houareau M. J. |
Ginnastiche dolci |
Red editore, 1989 |
|
Thomas K. |
Autoipnosi e training autogeno |
Ed. Mediterranee,1976 |
|
Yesudian S. & Haich E. |
Sport e yoga |
Astrolabio, 1964 |
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