Mentre alcuni gruppi di pressione svolgevano una sistematica campagna
di disinformazione sulla riforma della scuola primaria particolarmente
intensa dopo la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica
Italiana del D.Lgs. n.59 del 19 febbraio 2004, circa la metà
delle scuole siciliane chiedeva all’IRRE di partecipare
al progetto R.I.So.R.S.E. documentando, a sostegno della richiesta,
l’anticipata attuazione di vari aspetti della riforma stessa.
Probabilmente le richieste sarebbero state ancora più numerose
se ci fosse stato più tempo per le risposte e se la modalità
telematica, che l’IRRE ha adoperato per comunicare con le
scuole siciliane, avesse incontrato minori difficoltà di
ricezione.
Per
rispettare le scadenze imposte a livello nazionale, nella scelta
delle nuove 26 scuole partecipanti al progetto per l’anno
2003-04, non si potevano usare criteri diversi da quelli quantitativi:
una volta assicurata la distribuzione territoriale e la presenza
di diverse tipologie di istituti, tra le scuole che assicuravano
di avere già introdotto i due elementi innovativi generalizzati
(alfabetizzazione informatica e nella lingua inglese) si sono scelte
quelle che dichiaravano di aver attuato il maggior numero di elementi
innovativi opzionali. Siccome la definizione del campione doveva
avvenire prima del seminario nazionale di formazione programmato
dal MIUR a Bellaria (Rimini) per la fine del mese di gennaio non
c’era il tempo per effettuare delle verifiche sul campo. In
questo modo non si sono potute raccogliere le esperienze positive
di quelle scuole siciliane che avevano preferito anticipare poche
innovazioni per poterle realizzare nel migliore dei modi. Da varie
e attendibili fonti si sa che in Sicilia esistono altre valide e
documentate esperienze anticipatrici della riforma della scuola
primaria, che non si sono potute inserire in questo rapporto di
ricerca ma che certamente saranno raccolte e diffuse dall’IRRE
Sicilia, d’intesa con l’Ufficio scolastico regionale,
nel secondo semestre del 2004.
I precedenti sondaggi di opinione avevano già da tempo accertato
che i genitori volevano l’anticipo scolastico, l’inglese
e l’informatica sotto forma ludica per i figli-alunni fin
dalla prima classe. I dati raccolti nel campione esaminato non potevano
che confermare l’introduzione generalizzata di tali innovazioni,
per altro pubblicizzate dai mass media e dai cartelloni pubblicitari.
Ma, come sanno gli addetti ai lavori, non sono queste le innovazioni
pedagogicamente più significative della riforma.
Il riferimento epistemologico esplicitamente espresso nelle indicazioni
ministeriali è di tipo ologrammatico, con il conseguente
invito a considerare il sapere in modo unitario, a collegare tra
di loro le diverse discipline. Una delle risposte possibili potrebbe
essere il ricorso a un sistema di obiettivi fondamentali dell’educazione,
che superi il frazionamento operato dalle vecchie tassonomie e componga
la frattura tra conoscenze, abilità e valori. Le conseguenze
per la progettazione didattica, secondo i principi dell’unitarietà
e della continuità, dovrebbero essere evidenti anche se poi
bisognerà lavorare molto per cambiare delle prassi consolidate.
Come
si sa, l’innovazione didattica più importante nella
scuola primaria è rappresentata dalla personalizzazione dei
percorsi educativi. Ci saranno dei tempi di lavoro scolastico dedicati
allo svolgimento di attività comuni per tutti gli alunni
ed altri con attività diversificate per gruppi di alunni
o addirittura per il singolo alunno. In questo modo si potrà
coltivare sia quanto c’è di comune in tutti gli alunni,
in vista della socializzazione, sia quanto c’è di peculiare
in ciascuno di essi. E’ un invito agli insegnanti affinché
cerchino in ogni alunno un’attitudine e un interesse per qualcosa
che possa fare meglio degli altri compagni e affinché progettino
delle attività di apprendimento che permettano ad ogni alunno
di provare la gioia del successo. Si tratta di una rinuncia all’appiattimento
e al livellamento degli alunni in favore della valorizzazione delle
diversità. Una volta assicurato il conseguimento degli obiettivi
obbligatori per tutti, l’attività di insegnamento-apprendimento
si diversificherà a seconda delle esigenze personali. Queste
idee sembrano ben condivise dai dirigenti e dagli insegnanti interpellati
in Sicilia.
La
valutazione diagnostica iniziale e la relativa previsione dei risultati
possibili per l’alunno, alla fine dell’intero anno e
di ogni periodo significativo di esso, diventa cruciale per la formulazione
dei piani educativi personalizzati. In generale, per la valutazione
degli alunni la riforma concentra l’attenzione sulle competenze
piuttosto che sulle singole prestazioni, in modo da favorire la
percezione complessiva dello sviluppo della personalità dell’alunno.
Rispetto al passato, nelle indicazioni ministeriali si nota una
maggiore attenzione agli atteggiamenti, alle motivazioni e alle
convinzioni ideali degli alunni; le aree della volontà e
dell’affettività vengono esplicitamente citate quando
si parla di valutazione. Questi aspetti della riforma sono stati
poco considerati nell’indagine perché esulavano dalle
finalità assegnatele; ma saranno certamente approfonditi
nei prossimi mesi.
Dall’indagine risulta invece chiaramente che all’inizio
di ogni unità di apprendimento le scuole interpellate indicano
le attività intellettive ed espressive, sia simboliche che
pratiche, che con essa si intendono promuovere negli alunni. Anche
per questo motivo il ricorso a un sistema integrato di obiettivi
fondamentali dell’educazione, costruito a partire dalle abilità
di base, faciliterebbe la visione di insieme dei diversi aspetti
della personalità degli alunni Dall’esame delle unità
di apprendimento prodotte dalle 50 scuole del campione si ricava
la tendenza positiva al coinvolgimento di più discipline,
con i loro obiettivi educativi specifici, nel perseguimento di obiettivi
educativi trasversali a tutte le discipline e adeguati alle caratteristiche
e alle esigenze degli alunni (proprio per sottolineare la loro adeguatezza
ai singoli alunni questi obiettivi sono qualificati come “formativi”
dalla nuova normativa). Dall’indagine si ricava che l’espressione
“obiettivo formativo” è entrata nel gergo scolastico
intendendo per esso la formulazione personalizzata per ogni alunno
o gruppo di alunni degli obiettivi specifici di apprendimento e
degli obiettivi, che i documenti ministeriali definiscono generali
mentre sarebbe stato meglio denominarli “finalità educative”;
gli uni e gli altri desunti dalle indicazioni nazionali.
Ora, per facilitare il lavoro degli insegnanti, sarebbe quanto mai
opportuno il riferimento a un sistema di obiettivi educativi, che
andasse oltre la frammentazione cognitiva-affettiva-psicomotoria
delle vecchie tassonomie, e a cui gli insegnanti si potessero ispirare
per la formulazione degli obiettivi operativi sia trasversali che
specifici.
I
laboratori si inseriscono all’interno di una tradizione didattica
consolidata , che la riforma sostiene ed estende con facilitazioni
di tipo organizzativo. Non sorprende pertanto che la pratica laboratoriale
sia l’innovazione facoltativa più diffusa nelle scuole
siciliane, che hanno riunito gli alunni in gruppi sia per livelli
che per interessi, sia per la realizzazione di compiti obbligatori
sia per lo svolgimento di attività opzionali. Ci si chiede
però se al termine delle attività svolte in assetto
laboratoriale la valutazione avvenga in modo diverso da come viene
effettuata dopo l’apprendimento mediante la partecipazione
alle lezioni , lo studio individuale e l’esecuzione di esercizi
applicativi. L’apprendimento attraverso le attività
realizzate in laboratorio richiede una valutazione adeguata al tipo
di didattica impiegata; infatti l’insegnante è invitato
a valutare la coerenza interna del processo con cui l’alunno
ha costruito il suo sapere, vale a dire l’acquisizione del
metodo di studio-lavoro. Al termine delle attività realizzate
in laboratorio bisognerebbe sapere se gli alunni posseggono un corretto
metodo di lavoro e l’abitudine a realizzare un’opera
ben progettata, ben condotta, ben finita e ben presentata, nella
quale confluiscano una pluralità di conoscenze disciplinari
e di abilità operative, in un clima di condivisione delle
competenze e di collaborazione tra compagni. Da questi pochi accenni
si può anche intuire in che senso la dimensione etica è
sempre implicata nel processo di apprendimento scolastico e per
quale motivo l’educazione morale a scuola si fa mentre si
insegna.
Con il portfolio si lascia memoria dei migliori risultati ottenuti
dall’alunno; anche così si favorisce la didattica della
positività e la valutazione valorizzatrice di quanto c’è
di meglio in ciascuna persona. In questo momento, pur potendo presentare
delle pregevoli realizzazioni di portfolio da parte delle scuole
sperimentali, occorre considerare che l’aggiornamento del
portfolio delle competenze dell’alunno risulta un lavoro massacrante
anche per l’insegnante coordinatore-tutor più motivato.
Sul tempo impiegato per svolgere questo compito si addensano le
critiche più forti, che bisognerà prendere nella giusta
considerazione se si vuole estendere l’uso del portfolio in
tutte le scuole.
Nel rispetto dell’autonomia di ogni istituto scolastico le
indicazioni nazionali si limitano a indicare i livelli essenziali
dei risultati attesi per tutti gli alunni; ciò comporta una
maggiore responsabilizzazione degli insegnanti nella selezione dei
contenuti e nella formulazione degli obiettivi educativi. La collaborazione
tra insegnanti e genitori è auspicata anche per questo motivo.
Dai dati in nostro possesso sembrerebbe che i genitori non collaborano
con gli insegnanti nella personalizzazione dei piani di studio,
non tanto per la formulazione degli obiettivi disciplinari specifici
bensì per fornire agli insegnanti delle informazioni sui
propri figli-alunni che possano risultare utili nell’educazione
della loro intelligenza, volontà e affettività. Come
pure non si evince apertamente che i genitori siano informati periodicamente
non solo dei risultati scolastici dei propri figli ma anche delle
attività educative programmate per loro, in modo che a casa
possano sostenere l’impegno di studio dei figli-alunni. Risulta
invece che i genitori sono coinvolti nella scelta delle attività
facoltative opzionali.
Se si guarda al di là degli attuali problemi organizzativi
e formativo-professionali, occorre riconoscere che la figura dell’insegnante-tutor
risulta indispensabile per la realizzazione dell’educazione
personalizzata prevista dalla riforma. Purtroppo dall’indagine
siciliana risulta che siamo ancora ben lontani dalla presenza effettiva
del tutorato nelle scuole perché esso non rientra nella tradizione
delle scuole statali italiane.
L’insegnante-tutor
è stato voluto dal Ministro per i riscontri positivi avuti
nelle scuole paritarie italiane e in quelle statali e non statali
di vari Paesi europei, dove questa figura è presente da circa
30 anni. L’operazione già di per sé difficile,
perché non era partita dalla base del corpo docente, si è
complicata perché a questo insegnante, oltre il compito di
tutor, si è assegnato anche quello di coordinatore del team-docente
senza prevedere una riduzione significativa delle ore di lezioni
in classe. Tutto ciò ha innescato il sospetto di voler rompere
il difficile equilibrio faticosamente trovato fra i tre insegnanti
del modulo e ha alimentato le lamentele di quanti temono di vedersi
attribuire, in aggiunta a quanto già fanno, un ingrato lavoro
che consisterebbe prevalentemente nella compilazione di moduli e
nell’aggiornamento di portfolio. Se si studiasse come lavorano
gli insegnanti-tutor in quelle scuole dove già esistono da
molti anni si capirebbe che il tutor ha bisogno di parlare a tu
per tu con l’alunno una o due volte al mese, che dovrebbe
ridurre sensibilmente le sue ore di insegnamento in classe, che
dovrebbe possedere empatia e capacità di comunicazione, che
non deve essere obbligatoriamente anche coordinatore; diversamente
si corre il rischio di trasformare l’insegnante-tutor in un
compilatore di moduli, di schede e di documenti. Sono troppe 18
ore settimanali di lavoro in classe per l’insegnante-tutor
perché attualmente le poche ore restanti vengono distribuite
tra la programmazione con gli altri colleghi, l’aggiornamento
dei portfolio degli alunni e la compilazione di documenti. Dall’indagine
non risulta con quale frequenza il tutor parla con i genitori dell’educazione
del figlio-alunno e a tu per tu con ogni alunno per recepirne i
bisogni e le aspettative, per operare con lui delle sintesi e dei
raccordi tra le discipline, per consigliarlo nella scelta dei laboratori,
per motivarlo nell’impegno scolastico, per proporgli mete
personali di crescita.
L’orario
settimanale di presenza degli alunni a scuola, per attività
nel gruppo classe, per attività di laboratorio e per attività
opzionali, oscilla in Sicilia tra le 27 e le 30 ore. L’attuazione
dell’auspicata flessibilità organizzativa non dipende
solo dal dirigente scolastico, dai docenti e dai genitori perché
è fortemente condizionata dall’intervento degli enti
locali e dalla disponibilità di risorse umane e strumentali.
I risultati dell’indagine non lasciano spazi a dubbi interpretativi.
Queste
sono solo alcune riflessioni nate dalla lettura del rapporto finale
della ricerca svolta sul campione di scuole siciliane. Il presente
rapporto costituisce un buon punto di partenza per approfondimenti
tematici mediante nuove ricerche. E’ giusto segnalare infine
che, all’inizio del prossimo mese di settembre, alcune esperienze
realizzate dalle scuole siciliane e raccolte dal gruppo di ricerca,
saranno disponibili per tutte le scuole.
Palermo, 29 giugno 2004